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Una massima zen recita: Quando l’allievo è pronto, il maestro appare Per dirla in modo meno zen, potremmo dire che quando il frutto è maturo, cade dall’albero.

Cosa significano queste 2 massime?

Viviamo in una società governata dal tutto e subito: le società devono diventare prospere appena possibile, il successo deve arrivare subito, i soldi devono essere immediati…e così via.

Peccato che in natura ogni cosa si evolva secondo i propri tempi: l’uomo ha dovuto attendere milioni di anni prima di divenire nella sua forma evoluta, il frutto prima di maturare ha bisogno di tempo, la crisalide non diventa immediatamente farfalla…non prima di essere stata crisalide.

Insomma, l’evoluzione, la maturazione, lenta e progressiva sembra essere una caratteristica universale: perchè questo non dovrebbe valere per noi come persone, professionisti, aziende?

Quello che ho notato, e avrai notato probabilmente anche tu, è che molto spesso prima che si ottengano certi risultati a cui ambiamo, certi cambiamenti che desideriamo, è necessario del tempo per essere pronti ad accogliere quel cambiamento, a maturarlo, o semplicemente ad accettare una certa soluzione.

Ti è mai capitato di venire a capo di un problema su cui ti scervellavi da tempo così, in maniera instantanea? O di trovare la persona giusta che cercavi in modo apparentemente casuale?

Bene, la soluzione al problema, la persona giusta sono il maestro che appare, ma attenzione: non è apparso immediatamente, quando hai iniziato a volere la soluzione a quel problema o a cercare quella persona, ma quando l’allievo, ovvero tu, io, siamo stati pronti ad accoglierlo.

Per dirla in altre parole, quando siamo stati abbastanza maturi da cadere dall’albero.

A volte biasimiamo il fatto di non aver scoperto prima una certa cosa, o non aver imparato prima, o non essere diventati prima una certa persona.

Il punto che “prima” non eravamo pronti, maturi a scoprire, imparare, essere quello che volevamo.

Il tempo che è intercorso dal desiderio all’ottenimento di ciò che desideriamo è stato il tempo necessario per maturare, per divenire pronti.

Se leggiamo la storia della nostra vita in questa prospettiva, gli eventi, i periodi, i momenti in cui non siamo stati il meglio di noi stessi sono stati momenti necessari a maturare quel che siamo ora.

Se certe occasioni ci fossero capitate prima, in un dato momento della nostra vita, non necessariamente sarebbe stato meglio: avremmo potuto non sfruttarle, non coglierle, perchè non c’era l’humus giusto a farle crescere e maturare.

Tu cosa ne pensi? Ci sono stati eventi, successi, persone nella tua vita che è stato meglio che siano venute tardi o dopo di quando avresti voluto?

 

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Quando pensi a un’immagine che sia rappresentativa della vita e dell’universo, spesso si pensa, come avviene nella Cabala, all’albero. Un albero può costituire una metafora efficace della vita, forse perchè le radici, il tronco, i rami, le foglie e i suoi frutti evocano il percorso di crescita ed evoluzione di ognuno di noi.

Tuttavia, se ci pensi bene, la tipologia di albero che forse più assomiglia al nostro percorso vitale è quella del bonsai.

Immagino tu conosca i bonsai, i piccoli e graziosi alberi in miniatura solitamente contenuti all’interno di vasi. In realtà “bonsai” è il nome di una tecnica, il cui scopo è riprodurre la natura in piccole dimensioni, spesso all’interno di un vaso.

Bene, per rendere la pianta più forte e adatta a sopravvivere negli spazi desiderati, si procede a un processo di potatura che coinvolge spesso le radici ridondanti e i rami, al fine di raggiungere la forma e l’armonia desiderata.

Hai capito? Il bonsai sopravvive, si evolve all’interno del suo spazio e trova la sua armonia e forma ideale (quella che noi vogliamo dargli) proprio perchè taglia le radici divenute ingombranti rispetto al nuovo spazio e i rami oramai secchi, morti o che non rientrano nella forma che vogliamo dare all’albero.

Non trovi che il processo di potatura del bonsai assomigli a un processo che dovremmo effettuare un pò più spesso anche nella nostra vita? Ci impegniamo ogni giorno a dare una certa forma alla nostra vita, a raggiungere un’armonia, ma per riuscirci veramente forse è necessaria talvolta procedere a una potatura, una pulizia delle radici del passato divenute oramai troppo ingombranti rispetto alla vita che vogliamo vivere e ai rami divenuti ormai secchi, o addirittura morti, o vivi ma che vanno in una direzione che non è quella che vogliamo prendere.

Quali sono le radici ingombranti e i rami secchi nella tua vita?

Tutti noi abbiamo un passato, un trascorso, che nel bene e nel male, ci ha portato ad essere quel che siamo. Ma a volte questo trascorso, in forma di persone, esperienze, ricordi o convinzioni, ci radica troppo a uno stile di vita che non ci rappresenta più.

Riprendendo l’analogia del bonsai, questo passato sono le radici ingombranti, quelle che sforano rispetto alla forma che desideriamo, compromettendo l’armonia del tutto.

Non solo: come nell’albero la linfa nutre tutte le parti, quelle vive e quelle secche, così nella nostra vita talvolta impieghiamo tempo ed energie per nutrire non solo le parti che ci rendono felici, ci realizzano e ci danno piacere, ma anche relazioni tossiche o esaurite, convinzioni inattuali e abitudini dannose.

Quali sono le radici ingombranti della tua vita da potare?

Potrebbero essere un lavoro che svolgi da lungo tempo, radicato, ma che oramai non sta più nei tuoi panni, una persona che appartiene al tuo passato, o semplicemente una convinzione, un’immagine di te stesso che ti porti dietro da tanto tempo ma in cui non ti senti più rappresentato.

Ma attenzione: il processo di potatura non coinvolge solo le radici, ma anche i rami.

Cosa rappresentano i rami nella nostra vita? Forse certe relazioni, attività, che sono nate più di recente rispetto alle radici ma sono cresciute. Tuttavia forse non danno più frutti, perchè sono secchi, o morti, o semplicemente hanno preso troppo spazio rispetto a quello che vuoi nella tua vita.

Quali sono i rami secchi nella tua vita da potare?

Anche qui potrebbero essere delle relazioni, delle persone, delle attività o delle cattive abitudini e anche qui come nelle radici ingombranti la loro potatura è indispensabile all’armonia e alla forma che vogliamo dare alla nostra vita.

Come procedere alla potatura  e vivere in armonia

Bene, a questo punto come possiamo procedere alla potatura delle radici del passato divenute ingombranti e ai rami ormai secchi?

Il primo passo è individuarli.

Pensaci: cosa c’è nella tua vita a cui dedichi tempo ed energie senza riceverne piacere, senza volerlo veramente, solo per dovere o abitudine?

Possono essere relazioni portate avanti per inerzia, attività che non vuoi lasciare solo perchè le hai iniziate tanto tempo fa ma che non portano risultati nè piacere, abitudini dannose, che porti avanti in quanto abitudini.

Un buon modo per individuarle è la metafora del conto corrente emozionale di Stephen Covey, autore di le Le sette regole per avere successo.

Il conto corrente emozionale

Secondo la metafora del conto corrente emozionale i nostri rapporti con le persone sono regolati con un conto corrente: ci sono dei versamenti e dei prelievi.

E’ chiaro che se in una relazione, ma potremmo anche dire in un’attività, un hobby, un lavoro, ci sono più prelievi che versamenti, prima o poi il conto va in rosso.

E se va in rosso, significa che è fallito, finito.

Se pensiamo ai versamenti alle volte che un’attività, una persona ci ha dato soddisfazioni, piacere e ai prelievi a quando ne ha tolto, capiremo subito quali sono i rami secchi e le radici ingombranti della nostra vita.

Tagliare i rami secchi può essere difficile e doloroso: ma quanto piacere, quanta linfa vitale ne può venire per le attività, le persone che veramente ci danno piacere e che meritano più linfa, energie e tempo dei rami secchi e delle radici divenute oramai ingombranti?

 

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Il lavoro ideale? E’ quello che ti fa cambiare lavoro! Scopri perchè il lavoro è un "contenitore di opportunità" secondo Suzy Welch.

<<Per essere soddisfatti, dovete sentire che il vostro lavoro vi fa crescere. E qui sta il punto: la gente tende a gravitare verso certe professioni, e a restarvi incollata, semplicemente perché le svolge bene. Chi eccelle in letteratura entra nell’editoria. Chi eccelle in matematica va a lavorare in borsa. (…) Ma l’attitudine non sempre coincide con la passione. (…) Non  limitatevi a chiedervi: ho le adeguate capacità per farlo? Chiedetevi invece: Mi gusterò la sfida di acquisirne di nuove? Il mio lavoro mi apre delle porte? Per quanto contraddittorio possa sembrare, potete star certi che il lavoro che fate è quello giusto per voi se potenzialmente è in grado di portarvi verso un altro lavoro in un contesto diverso. Questo perché le carriere, per definizione, non sono mai prive di sbocchi futuri. Sono contenitori di opportunità che portano ad altre opportunità.>>

Suzy Welch

L’aforisma di oggi è tratto dal libro 10-10-10: 10 minuti 10 mesi 10 anni, che ho recensito in questo articolo.

Il lavoro come “contenitore di opportunità che porta ad altre opportunità” è una frase a mio parere bellissima. Pensaci: in un’epoca dove il cambiamento è veloce, continuo ed inevitabile, forse non dovremmo più pensare al lavoro come qualcosa di statico, di tecnico, di dato: non solo perché la nostra generazione, con ottima probabilità, non farà lo stesso lavoro per tutta la vita come i nostri avi, ma anche perché, in un’epoca di progresso tecnologico come la nostra, chi si ferma è perduto, è indispensabile acquisire sempre nuove conoscenze e competenze. Se nella vita non si finisce mai di imparare e la vita stessa è un processo di apprendimento continuo, da quando siamo bambini, perché il lavoro non dovrebbe essere una tappa di apprendimento come molte altre?

Chiuso un lavoro, si apre una finestra di opportunità

Il concetto di lavoro come “contenitore di opportunità che porta ad altre opportunità” può anche  servire a dare una nuova valutazione cognitiva ovvero a reinterpretare positivamente esperienze purtroppo molto frequenti ai giorni nostri, come la perdita del lavoro.

Più o meno 6 anni fa, ho perso il lavoro: a posteriori posso dire che è stata una delle esperienze migliori della mia vita: non solo perché la perdita di quel lavoro mi ha aperto una nuova finestra di opportunità, consentendomi di iniziare un’attività imprenditoriale che cresce ogni anno e che mi dà grandi soddisfazioni, ma anche perché, pur non essendo un lavoro “cucito su di me” mi ha dato delle opportunità in termini di competenze, esperienze, che sono sicuro mi siano state utili nella  mia attuale attività.

Ecco allora che i lavori, come tutte le altre esperienze, anche se non positive, possono essere viste come “finestre di opportunità”, come steps che la vita ci mette di fronte per innalzarci a un livello superiore.

C’è un proverbio che dice: “chiusa una porta, si apre un portone”: invece di soffermarci sulla porta che si è chiusa, focalizziamoci sul portone di opportunità che si è aperto.

Il tuo lavoro contiene delle opportunità per il tuo futuro?

A volte, anche nel lavoro, ci adeguiamo alla nostra zona di comfort: magari svolgiamo un lavoro che non ci piace, solo per portare a casa la pagnotta, oppure svolgiamo un lavoro che ci piace ma ci stiamo fossilizzando in attività facili, che però non ci danno opportunità di crescita. Nulla di male a portare a casa la pagnotta, né a indugiare nella propria zona di comfort J però vedere il proprio lavoro come un potenziale “contenitore di opportunità” ci può far riflettere su di esso e valutare se cambiarlo o come farlo diventare una fonte di opportunità per il proprio futuro, non solo lavorativo, ma anche personale.

Il tuo lavoro è un contenitore di opportunità? Parliamone nei commenti! Se l’articolo ti è piaciuto non dimenticare di condividerlo sui tuoi social preferiti.

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